Comunicazione sociale

Al fine di comprende cosa e come il benessere sociale sia inter-connesso con la comunicazione sociale, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso due mondi per poi ritornare al punto di congiunzione, la comunicazione sociale appunto. I due mondi o direttrici sono “società dell’informazione” da un lato e “terzo settore” dall’altro.

L’informazione è il cuore della società globalizzata che partendo dall’economia e passando per il mondo del lavoro si espande alla sfera intellettuale e culturale, trasformando il mondo dell’informazione in mondo della conoscenza intendendo con questo lo sviluppo di tutte le tecnologie applicate all’informazione e all’incremento del loro utilizzo con funzioni mediali. Tale passaggio sviluppa anche l’idea che l’obbiettivo dello studente in tutte le fasce di età sia quello di incamerare più informazioni possibili, prevedere una formazione ricorrente e un auto-aggiornamento costante; che per essere innovativi si debba essere forniti di strumentazioni di alta tecnologia e dotati di comunicatori di alto livello, pena il venire letteralmente schiacciati da chi utilizza tale approccio e una comunicazione di massa forte, focalizzata e orientante.

Tutto ciò apre a nuovi scenari e là dove si ritrova la possibilità di reperire velocemente informazioni si rischia di intaccare dei presupposti relazionali e antropologici considerati fino a quanto momento tipici della natura umana (pensiamo alla relazione malato-paziente e alla possibilità da un lato di reperire informazioni sul proprio stato di salute dal web e il diluirsi della relazione tra medico di base e famiglie, conoscitore di letture che possa prendere in considerazione nella lettura di un sintomi, plurifattori-corpo, emozioni, mente- in cui la relazione diretta diventa strumento di lettura olistica integrata). Si richiede quindi la necessità di una educazione-formazione attenta all’utilizzo a vario titolo dei mezzi di comunicazione (dal produttore, al diffusore, al fruitore), orientato a una cultura dell’equilibrio, della sostenibilità e socio-compatibili con le peculiarità dell’essere umano e degli elementi necessari per produrre benessere sociale.

Rispetto al tema del Terzo settore, secondo il Censimento permanente delle istituzioni non profit presentato dall’ISTAT nel dicembre 2017 il terzo settore in Italia conta 336.275 istituzioni in cui operano 788.126 dipendenti e 5.528.760 volontari. Si tratta dunque di un comparto numeroso che ha la necessità di comunicare la propria attività sia tra il proprio personale, tra i propri sostenitori e sponsor finanziari, privati ed istituzionali, che tra i portatori d’interesse. Il digitale si sta rilevando il mezzo più economico e mirato per la comunicazione sociale dove parlare della mission dell’ente non-profit e sollecitare l’attività di raccolta fondi. Nonostante questo dato, la comunicazione viene spesso gestita da persone che hanno poche competenze digitali, soprattutto nelle piccole associazioni che possono contare su risorse umane modeste.

Il 2 agosto 2019 era previsto che per le Onlus sparisse e molti degli enti che conosciamo aggiungeranno al proprio nome la dicitura Ets (enti di Terzo settore). Il nome cambia perché con la Riforma cambia l’identità delle organizzazioni. La crescente importanza del settore spinge il mondo dell’informazione a conoscerlo sempre meglio e ad acquisirne un lessico corretto. La Riforma del Terzo settore ha cambiato l’identità di un comparto che rappresenta il 3,5% del Pil in Italia. Una rivoluzione ancora in atto che modifica diritti e doveri degli enti associativi e che introduce un cambiamento culturale sul concetto di solidarietà. La mappa delle novità. La Riforma, con l’obiettivo della semplificazione, della trasparenza e della razionalizzazione, ha coniato il termine Ente di Terzo settore. Cambia l’identità dei volontari: Istat ha ufficializzato una nuova definizione di volontario, più leggera, più liquida. Legata all’esperienza e non all’appartenenza. Come cambia la figura del volontario nel nuovo contesto.

Oltre a tutti questi cambiamenti legali c’è una parola che in questa epoca storica diventa significatica: aporofobia. «È una parola greca, vuol dire disprezzo del povero» spiega Stefano Zamagni, una vita spesa nello studio, nel racconto e nella testimonianza dell’economia civile.  «Non si era mai visto un conflitto del genere, si tratta di una novità ignota alle epoche precedenti» ammette quando gli si chiede conto della stagione che stiamo attraversando, dell’odio riversato sugli ultimi e della palese insofferenza nei confronti di chi, dal basso, prova a trovare soluzioni a misura d’uomo alla povertà, alle migrazioni, alla domanda di futuro dei più fragili.

Il terzo settore non ha gli attrezzi giusti e le competenze per affrontare questa nuova fase storica.

Comunicazione dunque nel senso più ampio ma anche profondo del termine, reputazione e fiducia conquistati in anni di attività rischiano di essere vanificati anche e soprattutto dai comportamenti, oltre che da una crisi generale che sta mostrando la necessità di modificare alcune posizioni troppo rigide. Una nuova narrazione non è soltanto questione di nuove parole o di una retorica più efficace, ma un comportamento che va modificato in modo da permettere una maggiore coinvolgimento da parte di chi sostiene il non profit.

Perchè un’associazione, una cooperativa o, una fondazione o una ONG dovrebbe aprire una pagina Facebook, un blog oppure un account Instagram o Youtube? “Perché oggi è lì che stanno le persone e quindi anche i volontari, i donatori e tutti coloro che possono e vogliono sostenere gli enti del terzo settore e la loro azione solidale. Anche se il punto davvero importante per ente del terzo settore, così come per ogni altro ente, non è tanto ‘stare sui social’ ma in che modo starci” come proposto da Stefano Martello e Pietro Citarella.

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